“Il lupo che morde (dopo essere stato picchiato)”
Una riflessione per chi vive, lavora e guida persone.
“Picchiano il lupo finché non li morde e poi dicono che è cattivo.”
Forse avrai già letto o sentito questa frase da qualche altra parte, infatti non è per nulla una mia frase.
Quando ho letto questa citazione all’interno di un libro su l’intelligenza emotiva, mi si è accesa subito una lampadina. Quante volte l’ho vista accadere… e sicuramente anche io sono stato quel lupo.
Nel lavoro, nelle relazioni, nei team: qualcuno reagisce male e subito si alza il coro — “Ma che gli prende? È sempre polemico. È difficile. È aggressivo. Va allontanato”
Nessuno però si chiede cosa c’è stato prima.
Eppure è semplice: se tiri calci a un cane, prima o poi ti morde. Ma quando succede, nessuno guarda i calci. Guardano solo i denti.
Nel coaching una delle prime cose che impari è che il comportamento visibile è solo la punta dell’iceberg. Le vere cause stanno sotto.
Una reazione forte, magari anche sgradevole, spesso è la fine di una lunga sequenza di frustrazioni, non ascolti, umiliazioni silenziose.
Ma quelle non si vedono, perché sono fatte di sguardi, silenzi, battute, esclusioni. E allora è più comodo dare la colpa a chi ha alzato la voce, non a chi ha spento l’ascolto da mesi.
Succede anche (soprattutto) nei team
In azienda, questo è all’ordine del giorno.
C’è sempre una persona che “non si adatta”, “è pesante”, “crea tensione”. Ma nessuno si chiede da dove viene quella tensione.
Magari è l’unico o l’unica che si è accorta di un’ingiustizia.
O che dice quello che altri pensano ma non osano.
O che è stanco di fare il lavoro degli altri mentre tutto il merito va a qualcun altro.
E allora a un certo punto scoppia. Dice una parola di troppo. Manda una mail troppo diretta. Chiude la porta.
E voilà: “il problema del team”.
Ma il problema, spesso, è nel sistema
Molte volte chi reagisce non è il problema. È il segnale che c’è un problema.
E se lo ignoriamo, o peggio lo puniamo, stiamo zittendo un campanello d’allarme.
Invece dovremmo chiederci: cosa ha vissuto questa persona? Cosa l’ha portata lì? Cosa non è stato ascoltato?
Questo non vuol dire giustificare ogni sfogo. Ma capirlo, sì.
Perché quando cambiamo il modo in cui guardiamo le persone, spesso cambiano anche loro.
Se sei un leader, hai una scelta!
Hai una posizione che può spezzare questo schema.
Puoi scegliere di chiedere “che cosa è successo?” invece di dire “non si fa!”.
Puoi creare spazi dove le persone non devono mordere per essere ascoltate.
Dove il confronto è sicuro, anche se scomodo.
Dove chi porta un disagio viene accolto, non punito.
E sai cosa succede quando succede questo? Che i lupi smettono di mordere. Perché non hanno più paura.
Ti lascio con una domanda: chi stai giudicando oggi senza sapere cosa ha passato?
Magari non è cattivo.
Magari è solo stanco di essere picchiato in silenzio.
Box Coaching – E tu cosa puoi fare, concretamente?
La curiosità è più utile del giudizio.
“Ti vedo un po’ teso ultimamente. Ti va di raccontarmi cosa succede?”
Spesso basta aprire uno spazio per disinnescare mesi di frustrazione.
Fai silenzio. Guarda negli occhi. Lascia spazio. È già metà del lavoro.
Il tuo team non ha bisogno di supereroi. Ha bisogno di spazi umani. Ha bisogno di te in tutto te stesso!
Alla prossima,
Massimo Diodato
Forse avrai già letto o sentito questa frase da qualche altra parte, infatti non è per nulla una mia frase.
Quando ho letto questa citazione all’interno di un libro su l’intelligenza emotiva, mi si è accesa subito una lampadina. Quante volte l’ho vista accadere… e sicuramente anche io sono stato quel lupo.
Nel lavoro, nelle relazioni, nei team: qualcuno reagisce male e subito si alza il coro — “Ma che gli prende? È sempre polemico. È difficile. È aggressivo. Va allontanato”
Nessuno però si chiede cosa c’è stato prima.
Eppure è semplice: se tiri calci a un cane, prima o poi ti morde. Ma quando succede, nessuno guarda i calci. Guardano solo i denti.
Nel coaching una delle prime cose che impari è che il comportamento visibile è solo la punta dell’iceberg. Le vere cause stanno sotto.
Una reazione forte, magari anche sgradevole, spesso è la fine di una lunga sequenza di frustrazioni, non ascolti, umiliazioni silenziose.
Ma quelle non si vedono, perché sono fatte di sguardi, silenzi, battute, esclusioni. E allora è più comodo dare la colpa a chi ha alzato la voce, non a chi ha spento l’ascolto da mesi.
Succede anche (soprattutto) nei team
In azienda, questo è all’ordine del giorno.
C’è sempre una persona che “non si adatta”, “è pesante”, “crea tensione”. Ma nessuno si chiede da dove viene quella tensione.
Magari è l’unico o l’unica che si è accorta di un’ingiustizia.
O che dice quello che altri pensano ma non osano.
O che è stanco di fare il lavoro degli altri mentre tutto il merito va a qualcun altro.
E allora a un certo punto scoppia. Dice una parola di troppo. Manda una mail troppo diretta. Chiude la porta.
E voilà: “il problema del team”.
Ma il problema, spesso, è nel sistema
Molte volte chi reagisce non è il problema. È il segnale che c’è un problema.
E se lo ignoriamo, o peggio lo puniamo, stiamo zittendo un campanello d’allarme.
Invece dovremmo chiederci: cosa ha vissuto questa persona? Cosa l’ha portata lì? Cosa non è stato ascoltato?
Questo non vuol dire giustificare ogni sfogo. Ma capirlo, sì.
Perché quando cambiamo il modo in cui guardiamo le persone, spesso cambiano anche loro.
Se sei un leader, hai una scelta!
Hai una posizione che può spezzare questo schema.
Puoi scegliere di chiedere “che cosa è successo?” invece di dire “non si fa!”.
Puoi creare spazi dove le persone non devono mordere per essere ascoltate.
Dove il confronto è sicuro, anche se scomodo.
Dove chi porta un disagio viene accolto, non punito.
E sai cosa succede quando succede questo? Che i lupi smettono di mordere. Perché non hanno più paura.
Ti lascio con una domanda: chi stai giudicando oggi senza sapere cosa ha passato?
Magari non è cattivo.
Magari è solo stanco di essere picchiato in silenzio.
Box Coaching – E tu cosa puoi fare, concretamente?
- Sospendi il giudizio.
La curiosità è più utile del giudizio.
- Chiedi invece di supporre.
“Ti vedo un po’ teso ultimamente. Ti va di raccontarmi cosa succede?”
Spesso basta aprire uno spazio per disinnescare mesi di frustrazione.
- Ascolta con tutto te stesso.
Fai silenzio. Guarda negli occhi. Lascia spazio. È già metà del lavoro.
- Allenati a leggere il contesto, non solo il comportamento.
- Costruisci un ambiente dove non serve “mordere”.
Il tuo team non ha bisogno di supereroi. Ha bisogno di spazi umani. Ha bisogno di te in tutto te stesso!
Alla prossima,
Massimo Diodato

