Quando la gentilezza viene fraintesa.
Costruire relazioni sane in azienda senza rinunciare a se stessi.
Molti mi conoscono per il mio lavoro come Revenue Manager, sempre focalizzato su numeri, strategie e performance. Ma in pochi sanno che da qualche anno affianco a questo percorso anche un’altra parte fondamentale del mio lavoro: il Life ed Executive Coaching. Un’attività che nasce da un profondo interesse per le persone, per il loro potenziale e per tutto ciò che accade “dietro le quinte” del business: le emozioni, le relazioni, i conflitti, i silenzi ma soprattutto anche per la mia volontà di crescere sempre di più come persona e come professionista.
Ed è proprio per questo che oggi voglio condividere un’esperienza che ho vissuto personalmente e che mi ha fatto riflettere molto.
In un periodo particolarmente intenso, mi sono ritrovato ad assorbire — in silenzio — la rabbia, la stanchezza e la frustrazione di un collega, di una persona a me cara. Non per un confronto diretto, ma per una dinamica che molti conoscono bene: quando sei la persona che “comprende sempre”, quella che “non si arrabbia mai”, diventa fin troppo facile per gli altri scaricare addosso emozioni che non sanno gestire.
E lì ho capito qualcosa di importante: la gentilezza senza confini non è una virtù, è un pericolo. E credimi, non è così banale questo pensiero ma è un vero e proprio paradosso della gentilezza.
Essere presenti, empatici, disponibili: sono qualità preziose. Ma quando non sono accompagnate da consapevolezza e assertività, rischiano di diventare una gabbia emotiva.
Chi è “il buono del gruppo” spesso finisce per essere il contenitore emotivo degli altri. E questo, nel tempo, logora.
Non solo te, ma anche le relazioni stesse, che perdono equilibrio e rispetto reciproco. Quando qualcuno inizia a darti per scontato, o peggio, a sfogarsi su di te perché tanto “tu capisci sempre”, non è più gentilezza: è mancanza di confini.
Tu non ci crederai ma io ho impiegato del tempo per capirlo leccando da solo le ferite che mi sono procurato.
Cosa ho imparato (e cosa possiamo o puoi fare)
Non per creare conflitto, ma per riportare rispetto.
Dire la verità con rispetto è leadership anche se non verrai capito nell’immediato, ci vorrà del tempo.
Puoi esserci, senza annullarti.
Un team maturo si costruisce anche (e soprattutto) nei momenti difficili. Ma spesso devi lottare per avere anche il dialogo.
Crescere professionalmente significa anche imparare a stare nel conflitto senza rinunciare a sé stessi.
In sientesi:
Lavorare bene significa anche relazionarsi bene.
E relazionarsi bene richiede coraggio: quello di dire no quando serve, di far rispettare i propri spazi, di scegliere la verità anche quando è scomoda.
La gentilezza consapevole è una forza silenziosa, ma inarrestabile. Non è una debolezza: è la base su cui costruire un’azienda (e un mondo) più giusto.
Se anche tu ti sei trovato o ti stai trovando in questa situazione, sappi che non sei solo.
E che imparare a proteggere se stessi è uno dei più grandi atti di leadership che puoi compiere.
Alla prossima,
Massimo Diodato
Ed è proprio per questo che oggi voglio condividere un’esperienza che ho vissuto personalmente e che mi ha fatto riflettere molto.
In un periodo particolarmente intenso, mi sono ritrovato ad assorbire — in silenzio — la rabbia, la stanchezza e la frustrazione di un collega, di una persona a me cara. Non per un confronto diretto, ma per una dinamica che molti conoscono bene: quando sei la persona che “comprende sempre”, quella che “non si arrabbia mai”, diventa fin troppo facile per gli altri scaricare addosso emozioni che non sanno gestire.
E lì ho capito qualcosa di importante: la gentilezza senza confini non è una virtù, è un pericolo. E credimi, non è così banale questo pensiero ma è un vero e proprio paradosso della gentilezza.
Essere presenti, empatici, disponibili: sono qualità preziose. Ma quando non sono accompagnate da consapevolezza e assertività, rischiano di diventare una gabbia emotiva.
Chi è “il buono del gruppo” spesso finisce per essere il contenitore emotivo degli altri. E questo, nel tempo, logora.
Non solo te, ma anche le relazioni stesse, che perdono equilibrio e rispetto reciproco. Quando qualcuno inizia a darti per scontato, o peggio, a sfogarsi su di te perché tanto “tu capisci sempre”, non è più gentilezza: è mancanza di confini.
Tu non ci crederai ma io ho impiegato del tempo per capirlo leccando da solo le ferite che mi sono procurato.
Cosa ho imparato (e cosa possiamo o puoi fare)
- Allenare la consapevolezza del proprio limite
- Parlare con assertività
Non per creare conflitto, ma per riportare rispetto.
Dire la verità con rispetto è leadership anche se non verrai capito nell’immediato, ci vorrà del tempo.
- Non farsi carico delle emozioni altrui
Puoi esserci, senza annullarti.
- Trasformare il confronto in occasione di crescita
Un team maturo si costruisce anche (e soprattutto) nei momenti difficili. Ma spesso devi lottare per avere anche il dialogo.
Crescere professionalmente significa anche imparare a stare nel conflitto senza rinunciare a sé stessi.
- Essere disponibili non vuol dire essere deboli.
- Essere comprensivi non vuol dire essere invisibili.
- Essere buoni non vuol dire accettare tutto.
In sientesi:
Lavorare bene significa anche relazionarsi bene.
E relazionarsi bene richiede coraggio: quello di dire no quando serve, di far rispettare i propri spazi, di scegliere la verità anche quando è scomoda.
La gentilezza consapevole è una forza silenziosa, ma inarrestabile. Non è una debolezza: è la base su cui costruire un’azienda (e un mondo) più giusto.
Se anche tu ti sei trovato o ti stai trovando in questa situazione, sappi che non sei solo.
E che imparare a proteggere se stessi è uno dei più grandi atti di leadership che puoi compiere.
Alla prossima,
Massimo Diodato

